EMERGENTI

Federico Montaresi, arte gravitazionale

Cosa vuol dire essere artista ce lo spiega Federico Montaresi che definisce questa professione vecchia come il mondo una “malattia”. Del resto non è facile arrivare a soli vent’anni in una metropoli come Milano e riuscire a rendersi talmente indipendenti da aprire uno studio in una zona della Chinatown oggi considerata il quartiere degli artisti. Federico è un artista vero che ha saputo fare della ricerca interiore la propria forma d’arte. Infatti dopo gli studi universitari che poco hanno aggiunto alle sue abilità, si è buttato completamente nella sua professione riscuotendo un importante successo. Dove e come ve lo racconterà lui.

  • Raccontaci Rust una delle tue prime serie pittoriche

Rust nasce dalla combinazione tra una delle mie grandi paure ed una delle mie passioni, lo scorrere del tempo e la chimica. Dopo mesi di studio dei materiali tendenti all’ossidazione e il loro relativo impatto visivo ed estetico ho deciso di sperimentare tecniche di arrugginimento con composti chimici a base di aceto e candeggina per creare volti su superfici piane. La serie era appunto incentrata sull’inesorabile passare del tempo, sull’ossidazione umana. All’inizio ho utilizzato semplici foto, ritratti, autoritratti (la serie di “fototessere” è un esempio). Successivamente iniziai a frequentare dei centri di recupero per persone malate di tumore, approcciandomi per la prima volta ad una visione del tempo completamente diversa. Riflettendo quanto il “tempo contato” si trasformi in qualcosa di veramente importante. Molto spesso lo diamo per scontato non rendendocene conto. Ho composto solo 3 ritratti di persone con le quali ho legato rapporti nel Centro. L’esperienza è stata forte, indimenticabile ma gli aspetti negativi ne limitarono la produzione. Ripercorreró quella strada, sicuramente, quando sarò di nuovo “pronto”

  • Il tuo secondo ciclo di lavori si discosta molto dal primo, perché hai scelto di soffermarti sulla tematica dei Black Hole?

“INT0” ha un principio piuttosto lungo. Più crescevo e più la paura dello scorrere del tempo diventava talmente reale da poterla afferrare. Non mi faceva dormire la notte, non mi faceva respirare di giorno. Cercai soluzioni a questo disagio nelle scienze umanistiche. Dopo disperati mesi, un martedì pomeriggio, nel reparto di Fisica di una libreria Milanese, fui colpito dalla copertina di un libro rosso cadmio: “l’ordine del tempo” di Carlo rovelli. Nel libro, viene riportata una frase: “Non c’è un tempo più vero. Ci sono due tempi, segnati da orologi reali e diversi, che cambiano uno rispetto all’altro. Nessuno dei due è più vero dell’altro. Anzi, non ce ne sono due di tempi: ce ne sono legioni. Un tempo diverso per ogni punto dello spazio. Non c’è un solo tempo. Ce ne sono tantissimi”. L’acuta osservazione dello scrittore, che diventerà una tematica chiave nella collezione, riuscì a regalarmi un sollievo, una possibilità. Mi approcciai agli studi della fisica in ogni sua forma, partendo dal suo principio fino ad arrivare alle sue ultime scoperte, ed un ramo di quest’ultime è proprio incentrato sui BlackHoles e il mistero che li circonda. Come sappiamo, il Black Hole é una regione dello spaziotempo, dove appunto lo spaziotempo é alterato in sua prossimità a causa del forte campo gravitazionale che lo circonda. Il fatto che la mia più grande paura potesse essere in qualche modo “combattuta” mi incuriosì e allo stesso tempo mi diede terra fertile per quella che è l’espressione artistica del concetto. Da quel giorno ormai cerco di affinare esteticamente e concettualmente il soggetto dell’opera (un periodo anche ossessivamente). La collezione comprende più di 100 pezzi, ed è tutt’ora in produzione!

 

 

  • In INTO possiamo vedere sia i dipinti che le foto, e a proposito di queste hai lavorato ad un progetto parallelo che è Spacetime Anomaly. È però secondario l’uso della macchina fotografica nei tuoi lavori?

La fotografia, collegata a qualsiasi forma d’arte è sempre stata una mia passione. Sono affascinato dallo sviluppo e del senso che ha assunto durante i secoli, di quanto sia cambiato. Spacetime Anomaly è un percorso che porterò sempre con me. Non lo considero un progetto fotografico, bensì un progetto di fotomanipolazione, composto da scatti del mio trascorso (talvolta non fatti da me) che conservano non solo sentimenti, ma veri e propri momenti di connessione con il contemporaneo. Ho cercato di trovare un punto di comunicazione in questa linea temporale, percorrendola all’inverso. Ci interroghiamo troppo spesso su quanto il nostro presente influenzerà il futuro, ma non ci chiediamo mai quanto il nostro passato potrebbe essere influenzato dal presente. Definirei comunque secondario l’utilizzo della macchina fotografica in generale nel mio percorso, questo perché la fotografia richiede appunto tecnica, costante allenamento e anni di esperienza. Non potrei dire di padroneggiare tutto ciò.

  • Artista che non sa solo disegnare bene e nell’installazione Continuum lo dimostri con ingegno. Come ha preso vita quest’opera e cosa significa per te?

Continuum è una critica alla concezione temporale sociale. A quanto nel quotidiano il tempo “artificiale”, scandito dall’uomo, influisca sulla nostra vita. La scultura infatti raffigura una clessidra, con l’acqua (incolore, inodore e insapore come il tempo) al posto della sabbia. Nella parte superiore, un pesce, rigorosamente nero. Il liquido che scorre non avrà mai una fine e il suo inizio è nascosto. La società, proprio come il pesce, vive nella convinzione che il tempo scorra unidirezionalmente, osservando l’acqua che scende come se prima o poi dovesse finire. In realtà è tutta un’illusione. In “Continuum” il tempo non ha né inizio né fine, è appunto un ciclo interminabile.

 

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  • Molti dei tuoi lavori lasciano trasparire un’influenza orientale. È così?

L’oriente è per me un’immensa fonte d’ispirazione. Culla di saggezza e misticismo. Ho studiato fin da tenera età gran parte di quella che è la cultura dell’estremo oriente, in particolare Giappone e Cina, applicandomi a lungo nelle arti meditative e marziali, che ho scoperto fondamentali per il percorso che sto affrontando in questo momento. Negli ultimi anni mi sono avvicinato molto alla comunità cinese di Milano. Il mio studio e la mia casa si trovano in Chinatown. Parlando con i più tradizionalisti e i più anziani, sono uscite molte cose interessanti riguardo alla spiritualità, al loro modo di gestire l’energia (tecniche ancestrali) che paradossalmente combaciano con la fisica quantistica. La mia ricerca in questo momento si sta muovendo proprio su questo, sto cercando delle risposte. Sono estremamente incuriosito da ogni parte dell’oriente, e soprattutto da cosa potrebbe regalarmi se ci vivessi per un periodo. Non nascondo che un’esposizione in oriente è uno dei miei sogni per il prossimo futuro.

  • Ora parliamo dell’ultima mostra che hai fatto in occasione del Fuorisalone. Cosa hai portato in mostra?

Il Fuorisalone 2019 è stata un’esperienza magica seppur breve. Ho avuto la fortuna e l’onore di collaborare con Alan Borguet, artista del panorama milanese (e spero presto internazionale), con il quale ho dipinto l’alfabeto ascensionale”, un omaggio al cielo, Alan tramite una forma poetica, io tramite degli astronauti intenti a scrivere proprio le lettere di questa poesia, circondati da 4 Lune in 4 fasi differenti. Il contesto è perfetto, dal tetto dove è sviluppata l’opera si riesce a vedere un cielo magnifico a qualsiasi ora del giorno, e soprattutto la luna per tutta la durata della notte. L’opera inoltre è permanente, quindi invito chiunque voglia passare a vederla, non ne rimarrete delusi!

  • Quali e dove sono le prossime mostre in programma?

Il 13 Giugno inaugurerà la mia prima personale all’estero, precisamente nello spazio OmniDe++ di Londra, curata dalla dottoressa Elena Casini. Probabilmente è in programma una mostra collettiva, con i ragazzi del “Circle of Poets” in Puglia, per il mese di Agosto, ed infine ad ottobre per la Florence Biennale 2019, XII edizione: “Ars et ingenium”, dove sarà di nuovo possibile vedere “Continuum”, esposta nella Fortezza per tutta la durata dell’evento.

  • Cosa significa per te essere artista?

Questa è una domanda complessa. Credo che sicuramente sia una condizione esistenziale non opinabile. Proprio come una malattia. L’artista si immola per l’umanità. L’artista è colui al quale onori e successo sono indifferenti. A lui interessa solo una cosa, svegliarsi e creare l’arte per cui vive, che stia facendolo con un dipinto, con una poesia, con un grido o con la contemplazione di un paesaggio. A tutti gli altri, a quelli che lo fanno per passatempo e in buona fede, e che di solito hanno più successo degli artisti veri, va tutta la mia comprensione. Ma non la mia stima.

 

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