CRITICA

Fondazione Trussardi e i non-nuovi sacchi di Juta!

Se nei prossimi giorni, in occasione della Milano Artweek, vi capiterà di passare per i due caselli daziari di Porta Venezia potreste rimanere forse non troppo piacevolmente sorpresi di trovarvi di fronte ad un enorme sacco di juta. Proprio così, come tutti gli anni la Fondazione Trussardi sotto la curatela dell’ormai internazionalissimo Massimiliano Gioni, ci riprova a promuovere l’arte urbana. È bene ricordare come in occasione di Miart 2018 la proposta artistica della fondazione Trussardi aveva visto Jeremy Deller, con l’opera Sacrilege, intrattenere soprattutto i più piccoli in un gioco di appartenenza emotiva più che fisica. Un’opera che però si era forse troppo allontanata dalla sfera artistica per trovare sfogo in quella prettamente ludica, perdendo così la corretta distanza che separa l’opera d’arte da un comune gonfiabile da parco a tema. Oggi a quasi un anno di distanza, sempre in occasione di Miart (5-7 aprile 2019), la Fondazione Trussardi non si lascia sfuggire la possibilità di toccare il tema caldo del panorama artistico, e non solo, presente e futuro. Lo fa con l’opera A Friend del giovane artista ghanese Ibrahim Mahama; attraverso una moltitudine di sacchi di juta, fabbricati in Asia e importati in Africa, impacchetta i due edifici Milanesi che da sempre hanno sancito l’esterno e l’interno della città, ponendosi a confine tra la parte urbana e periferica. L’azione performativa di Ibrahim Mahama se da un lato riscontra successo nel mercato artistico delle Biennali come quella di Venezia del 2015, dove ha esposto l’opera Out of Bounds, dall’altro lascia interdetti gli stessi “addetti ai lavori” a cui non può certo sfuggire la somiglianza sgradevolmente marcata con gli impacchettamenti di Christo e i sacchi di juta di Burri. La volontà dell’artista è quella di attrarre l’attenzione dell’occhio, al fine di creare una riflessione riguardo il confine tra la cultura centralizzante dell’Occidente e le cosiddette zone periferiche del Mondo come l’Asiatica, l’Africana o il Sud Americana, che ancora sfuggono ai canoni estetizzanti imposti dall’Occidente. Eppure l’opera se pur dotata di un significato intrinseco attuale rischia di passare in secondo piano rispetto alla somiglianza con un’arte già vista in precedenza. 

Christo, Reichstag – 1995
Christo, Reichstag – 1995
Alberto Burri, Sacco e bianco - 1953
Alberto Burri, Sacco e bianco – 1953
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 Ibrahim Mahama, A Friend – 2019
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