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Jago, il nuovo artista

Jago è l’artista del momento, un innovatore. Promotore di un’arte restitutiva con lo scopo di condividere l’opera stessa con chiunque ne dimostri interesse. Capace di sfruttare al massimo il potenziale del marmo riesce a creare delle opere di una complessità materica eccezionale combinandole con l’avanguardia contemporanea. Proprio un intreccio caratterizza l’arte e l’artista stesso che è riuscito a farsi strada grazie ad un’alta formazione accademica e alla spiccata capacità di cogliere il significato della parola innovazione.

Avvicinatosi sempre più al mondo social, Jago concepisce l’arte come qualcosa di socialmente condivisibile realizzando nel 2018, per la scultura Il figlio velato, una campagna Crowdfunding. Una sorpresa anche quella a Paratissima, dove l’artista in accordo con un collezionista privato e tramite la start up Feral Horses, ha esposto e permesso l’acquisto in piccole azioni dell’opera Habemus Hominem. 

In occasione dei cinque giorni di Workshop tenutisi all’Accademia di belle arti di Brera, grazie alla scuola di Decorazione, l’artista ciociaro ha lasciato New York per volare a Milano e per raccontare ai giovani artisti l’importanza della loro professione. Un’occasione, sia per gli studenti che per i docenti, di confronto e crescita. Un dialogo prezioso con l’artista e altri professionisti del settore, anche sul mondo social e delle nuove forme di mecenatismo che oggi, più che mai, sono uno strumento fondamentale alla professione artistica. 

  • A giugno avevi lanciato una campagna di Crowdfunding proprio per l’opera Il figlio velato. Il raggiungimento della quota indicata avrebbe permesso all’opera di diventare pubblica ed essere esposta permanentemente al museo di Napoli. Purtroppo la campagna non ha raggiunto la cifra necessaria al suo scopo. Secondo te come mai, nonostante il numeroso seguito, poche persone hanno sostenuto il progetto?

In realtà considero il progetto di Crowdfunding dell’opera il figlio velato un successo. Sapevo che sarebbe stato impossibile raggiungere la quota indicata, e purtroppo, la diffusione del messaggio stesso è stata limitata a causa di un cambio dell’algoritmo di Facebook a seguito dello scandalo Zuckerberg, che ha portato al blocco delle notifiche delle persone che mi seguono sul social. È stata però un’operazione di comunicazione che mi ha dato l’opportunità di parlare di un’opera in modo diverso. Si è trattato, infatti, di dare la possibilità a chiunque di sostenere un’opera.

OInINpr

  • Parliamo di Paratissima che si è da poco conclusa a Torino. Quest’anno era possibile trovare l’opera Habemus Hominem e diventarne co proprietario. Come è nata l’idea di rendere l’opera condivisibile non solo sul piano umano ma anche economico?

Simile all’operazione del figlio velato è quella per Habemus Hominem. L’opera è stata messa in vendita sul mercato secondario, ciò l’opera è stata venduta ad un collezionista privato assieme a cui poi ho deciso di rimetterla in vendita sul mercato secondario. Facendo questo l’artista ha diritto al cosiddetto diritto di seguito ovvero a trattenere il 3% delle azioni delle quote rivendute. In questo caso trattandosi di un’operazione che nasce all’interno di una piattaforma azionaria di nuova generazione, ovvero Feral Horses, chiunque può acquistare un pezzetto dell’opera. Questo è importante perché non si tratta solo di un acquisto normale ma si va a fare un accordo con un’istituzione museale e ogni persona che partecipa ha la possibilità di diventare proprietario di un’opera musealizzata. È chiaramente un esperimento, ma che vuole sempre più coinvolgere la comunità e i giovani.

  • La tua arte, che prende forma nelle sculture, è estremamente contemporanea e interattiva. Si può dire però che, anche considerando il materiale di utilizzo, affondi le sue radici nella classicismo italiano?

Posso dire di avere un desiderio di carattere tradizionale che è relativo alla mia esperienza e alla mia infanzia. Sicuramente è un linguaggio, quello italiano, in cui sono nato e cresciuto. Questo però non significa che sono un nostalgico. Io mi occupo solo di novità, ma sapendo fare bene delle cose che rimandano alla tradizione sono automaticamente pregne della concezione di bello. Una concezione che certamente è il mio punto di partenza, ma che provoco ogni giorno per andare oltre. Questa è la certificazione, il saper lavorare con impegno e dedizione è una vera e propria certificazione del mio lavoro di artista. Personalmente attraverso la serietà e il saper fare cerco di essere anche di esempio per quei giovani che si mettono in gioco oggi nel mondo dell’arte, cercando di ricordargli di non aver paura ma di aver molto coraggio perché se hai scelto di occuparti di arte devi rischiare di essere felice.

  • Come valuti il lavoro di artista negli USA? Credi ci siano delle differenze sostanziali rispetto all’Italia e cosa ti ha spinto a lavorare a New York?

In America c’è spazio e New York è un vero e proprio moltiplicatore di opportunità che però ti devi guadagnare. In Italia viviamo di conservazione quindi è molto difficile imporsi. In America c’è un desiderio di nuovo rinascimento e di conseguenza se hai una qualità vieni accolto e sostenuto. Questa qualità va dimostrata, nel mio caso ho un visto d’artista che si chiama O-1B, ovvero un visto per extraordinary abilities. Tutto ciò è monitorato e deciso dall’ufficio governativo dove la sezione USCIS controlla il tuo effettivo valore aggiunto. Questo deve far capire l’impegno che c’è dietro nel riuscire a costruire un bagaglio di competenze tali da ottenerlo.

  • Spesso vieni definito Social artist e molti sono i giovani che ti seguono, artisti e non. Quanto è importante per te rimanere in contatto con i tuoi follower?

Fondamentale. Dieci anni fa quando ho iniziato a usare i social molti ne ridevano del fatto che parlassi a ragazzi di 15 o 16 anni, ma oggi quei ragazzini sono adulti e proprio uno di loro è il collezionista che ha investito su Habemus Hominem. È un investimento di tempo quello della comunicazione, ma devi avere la pazienza di raccogliere. Proprio questo manca agli artisti contemporanei, la pazienza. Per questo molte volte le opere non le fanno loro ma delegano altri. Veri e propri team creati per realizzare l’opera di qualcun altro. Per questo ho iniziato delle video riprese durante la creazione dell’opera. Così che attraverso una video certificazione tutti possano vedere come non ci sia nessun altro a parte me che lavora al blocco di marmo. Questo ne incrementa anche il valore. Finalmente le persone sanno cosa stai facendo.

  • Il tuo percorso Accademico si è interrotto nel 2011 dopo la partecipazione alla 54esima biennale di Venezia. Cosa ti ha spinto a interrompere gli studi specialistici e cosa consiglieresti ai giovani ragazzi\e delle Accademie?

Posso dire che tutto quello che ho fatto e che mi ha portato a ciò che sono oggi, l’ho fatto proprio perché ho lasciato l’Accademia. Sono stato catapultato nel mondo reale, quello in cui per campare devi sbatterti. Ma quello che voglio dire ai ragazzi è di non lasciare l’Accademia o prendere me come punto di riferimento. L’Accademia è un miracolo se la vivi nella misura in cui ti serve a fare qualcosa. Quello che dico è di stare con un piede dentro e uno fuori, non bisogna fare gli esami finalizzandoli al voto ma, ad esempio, per i ragazzi di scultura, alla creazione di una vera mostra. Finalizzate tutto, fate un Curriculum pregno di esperienze di qualità e un domani se vorrete arrivare a New York, o in qualsiasi altra parte del mondo, vi servirà veramente.

  • Nel 2019, sempre a New York e sempre sponsorizzato da ABC Stone, ti cimenterai nella creazione di Vergine. Cosa ci puoi anticipare su questo nuovo progetto? 

Esatto, a Gennaio andrò in cava nel Vermont per selezionare il blocco di marmo per l’opera. Mi sono reso conto che iconograficamente la Vergine Maria è sempre stata rappresentata prima o dopo il parto. Ma Maria durante l’attesa di Gesù era ancora una bambina di 14 anni, all’epoca era prassi non solo costringere una donna a sposare un uomo ma anche a sposarsi in precoce età con un uomo molto più vecchio. Oggi, per fortuna, non è più così. Per questo la scultura di 5 metri sarà esposta in una piazza di Manhattan, e seguirà lo spettatore con lo sguardo come per Habemus Hominem o la Venere, sempre secondo la concezione del chi osserva chi. Non credo ci sia bisogno di dire niente di più, mostro l’immagine di una verità mai mostrata. Per fare questo coinvolgerò la comunità newyorkese sempre tramite video testimonianza che accompagnerà la creazione dell’opera giorno per giorno. Chiunque potrà esprimere il proprio parere sul progetto di collocamento dell’opera nel luogo selezionato o sull’opera stessa. 

 

The Bow ©

S.V.

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