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Bruno Cerasi. Ombra e luce i miei colori.

  • Ciao  Bruno, si  è  da poco  conclusa la tua avventura a  Bologna  con  la  residenza artistica presso il Checkpoint Charly!  Raccontaci come  sei stato  selezionato  e  in  cosa  è  consistita  l’opera performativa. 

Alla residenza di Bologna ci sono arrivato dopo un viaggio abbastanza lungo. Ad aprile ho partecipato ad un bando che ho trovato online, si trattava di realizzare un’installazione site-specific da allestire al festival Poverarte, una realtà importante del circuito indipendente bolognese. Ho preparato un progetto che tenesse conto del luogo e del contesto in cui mi sarei trovavo a lavorare. Con piacere ho scoperto di essere stato tra i tre artisti selezionati a partecipare al festival, così sono partito per Bologna ed ho allestito il mio lavoro, una costellazione della Fenice luminescente ‘immersa’ in una sala espositiva completamente buia. È stata un’esperienza importante per me, il mio lavoro ha riscosso molto interesse durante i giorni del festival, e anche dopo. La giuria ha deciso di assegnarmi  il premio per le arti figurative che consisteva in una residenza al Checkpoint Charly, uno studio condiviso di artisti, realtà culturale sempre più importante a Bologna. Ho sviluppato un nuovo progetto per l’occasione, SAM JYU ZI SEOI, un misto tra performance ed installazione collettiva. 

Valentina Vannicola Ph.
Valentina Vannicola Ph.

 

 

  • 9  sono  stati i  partecipanti alla performance  lo  stesso  numero  dei punti  “ciechi”  individuati nella cartina di  Bologna. Come  hanno  interagito  i  partecipanti con  l’opera  e  con  te?   

Ognuno dei 9 ha reagito e gestito il ‘nostro’ percorso a modo suo. C’è chi all’inizio era spaventato, chi si è fidato dal primo passo, chi ha cambiato andamento mano a mano. Tutti però alla fine mi hanno ringraziato per l’esperienza, e anch’io devo esser grato a loro. Può sembrare banale ma camminare bendati, anche in una città che conosci a memoria, ti porta a coglierne nuovi aspetti, a dare importanza ad altri sensi spesso sopraffatti dalla vista. Ad esempio tutti i performer da un momento in poi riuscivano a sentire dettagli che gli permettevano di localizzarsi più facilmente, una bici in lontananza, parola scambiate tra passanti, un motorino che passava rapidamente o anche l’odore di una pizza appena sfornata. È stato interessante anche cogliere le reazioni dei passanti che assistevano involontariamente alla performance.

 GUARDA LA PERFORMANCE

 

  • Come  hai raccontato  più  volte  la  tua vita,  ma soprattutto  la  tua arte,  hanno  subito  una svolta significativa dalla sera del 2009,  quando  sei stato  colpito  da un  ictus ischemico.  Cosa ti  ha spinto  a passare dall’arte  su tela a  quella installativa?  Che  differenze  percepisci  maggiormente?

Spirito di sopravvivenza. Quella sera del 2009 mi ha lasciato dei danni permanenti alla vista che non mi hanno più permesso di disegnare e dipingere come facevo prima. Sono stato costretto e reinventarmi. Lo spazio è diventato la mia tela, ombra e luce i miei colori. Le installazioni sono una naturale conseguenza di tutto questo e soprattutto ho scoperto che lavorare nello spazio era la mia reale vocazione, ciò in cui riesco meglio e ciò che sento di ‘dare’ al mondo. È un modo di agire e di creare completamente diverso, c’è a monte una fase di studio intenso del luogo, che genericamente ha una sua identità, una sua storia. Un’installazione non può ignorarla. Ci sono inoltre da considerare tanti aspetti, anche tecnici, dello spazio. La mia ricerca e le mie idee si inseriscono in questo contesto, ciò che emerge da questo contesto sono i miei lavori. 

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Piero Geminelli Ph.
  • Spesso  l’opera si  lega alla  vita  dell’artista.  É  così per  te?  Come  nascono  le  idee  su  cui  strutturi le  tue opere?   

Qualche anno fa vivevo il processo della creazione in modo più ‘magico’. Adesso posso dirti che è tutto molto normale e naturale. Mi focalizzo su una ricerca, studio, mi pongo degli obiettivi, schematizzo, organizzo, progetto. Le idee fanno parte di tutto questo, non posso non averne lavorando così. È poi fondamentale realizzarle al meglio. Sarebbe riduttivo e poco responsabile dire che la mia arte è ciò che succede nella mia vita o delle improvvise illuminazioni. È ovvio che sono influenzato da ciò che mi circonda e mi accade, ma non è solo questo, col tempo il mio lavoro e la mia ricerca hanno acquisito una struttura più solida. 

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Francesco Melchiorre Ph.
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Piero Geminelli Ph.
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Piero Geminelli Ph.
  • Da molti anni sei  nel  mondo  dell’arte. Cosa pensi  del  mercato  artistico  e  come  vengono  valutati i tuoi lavori  rispetto  ad  esso? 

Ho collaborato con gallerie, musei, curatori, galleristi, art dealer, art advisor, ho partecipato a mostre, fiere quasi in tutto il nostro paese ed anche fuori. Ti prometto che non rispetterò il cliché dell’artista italiano che si lamenta della situazione italiana, ci sono dentro da più di dieci anni, con alti e bassi, è qualche anno che riesco a vivere con questo mestiere. Non sono un grande esperto di mercato, diciamo che sono stato bravo a riconoscere i miei limiti ed avviare collaborazioni con professionisti in grado di gestire anche questo importante aspetto della mia attività. 

 

  • Oggi la comunicazione  è  un  elemento  importante  in ogni settore  lavorativo. Nell’arte  sono  sempre più  gli artisti che  capiscono  e  investono  sulla comunicazione  social. Tu  cosa pensi  a  riguardo  e quanto  tempo  investi in  questa nuova  strategia  mediatica? 

Personalmente cerco di comunicare nel modo più diretto possibile e raccontarmi con sincerità, senza apporre troppi filtri tra me e chi mi segue. La comunicazione online è un mezzo che può avere grande potere, ma diventa pari a zero se poi nella realtà non si riesce a concretizzare un seguito virtuale. Sono le persone che contano davvero, non i numeri. 

 

  • Ora l’ultima  domanda, quella di rito che pongo  sempre  agli artisti  che intervisto  perché aiutino  i giovanissimi ad orientarsi nel mondo dell’arte. Cosa consiglieresti ad un giovane artista che vorrebbe  fare dell’arte una professione?

I risultati arrivano ma c’è bisogno di investire tutto, non è consentito fare niente a metà. Cerco di ascoltare tutti e dare piccoli consigli, anche se la strada da fare nel mondo dell’arte è ed è giusto che sia personale. Ciò che realmente conta, da subito, è difendere il proprio lavoro. Soprattutto all’inizio infatti, non si conoscono alcune dinamiche ricorrenti ed è facilissimo perdere il controllo della situazione, farsi accecare da illusioni, meglio è farsi seguire nelle scelte da persone con un po’ più di esperienza. Con pazienza, un passo alla volta, ci si inizia ad orientare. Come ogni altro lavoro, anche quello dell’artista ha i suoi pro e contro. Mi sento un privilegiato, il mio sogno più grande è diventato una vera professione, ma ogni giorno c’è da lottare. A gennaio avrò l’opportunità di parlare del mio lavoro e della mia storia agli studenti di un’università, farò un modo che sia un incontro interessante e formativo, per tutti. 

The Bow ©

S.V.

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