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Fabio Viale, arte come ricerca

In occasione della mostra FIFTEEN che inaugurerà sabato 3 novembre alla galleria Gagliardi e Domke (via Cervino 16, TO) abbiamo intervistato Fabio Viale. Per l’occasione l’artista si cimenterà in un nuovo percorso espositivo ricco di importanti opere e con una punta di diamante: il volto del David nei panni del trapper Young Signorino. Un’inedita opera creata appositamente per la mostra a cui si accompagnano i caratteristici video che hanno fatto la fama del cantante. Caratterizzate dal significato intrinseco dell’immagine antica e moderna, tra le opere in mostra si potranno osservare anche il tatuato Laocoonte e la Venere Italica per poi soffermarsi sulla leggerezza di Ahgalla e Stargate. L’arte di Viale si dimostra essere più che mai una ricerca accurata frutto di abilità scultorea a spirito di osservazione.

 

  • Le tue opere sono frutto di un lungo e dedito lavoro che prevede la selezione del marmo da utilizzare e una mano esperta per lavorarlo. Che percorso hai dovuto fare per arrivare a maneggiare così sapientemente un materiale così difficile da plasmare?

Ho iniziato a 16 anni al Liceo Artistico di Cuneo, completando gli studi all’ Accademia di belle arti di Torino e a Carrara. Successivamente ho frequentato i laboratori di marmo dove ho approfondito le tecniche di lavorazione, lavorando nel mondo del restauro e dell’antiquariato e dell’arte funeraria fino a quando ho iniziato a collaborare con la mia prima galleria a Torino, Gagliardi Art System (GAS).

 

  • Attraverso quali tecniche e materiali realizzi le tue opere?

Utilizzo principalmente il marmo lavorandolo con le più sofisticate tecnologie. Per i modelli uso la fotogrammetria, per la sbozzata i robot, i tornio etc, macchinari in grado di alleviare le fatiche. Mentre la finitura, che è la parte complicata della scultura, viene fatta completamente a mano nel mio studio a Torino.

 

  • È sempre stata propria del marmo la caratteristica fisica di innalzare l’opera al sacro. Come si rapporta oggi un artista ad un materiale così iconograficamente sfruttato e pregno di aspettative?

Ho sempre visto il marmo come un foglio di carta bianca, per me è sempre stato uno strumento per dire qualche cosa, a prescindere dal suo rapporto iconografico.

 

  • La tua nuova serie di opere indaga delle sculture con le fattezze di classiche statue greche come Venere Italica, Laocoonte, Venere e Door Release. Perché hai voluto apporre sui corpi immacolati delle statue classiche dei tatuaggi?

Il tatuaggio sul marmo rende la pelle della scultura reale, perché il colore penetra nel marmo come nella pelle. Credo che il fenomeno del tatuaggio su scala mondiale sia sintomatico di una necessità che ha l’umanità di dialogare. Queste opere sono una fotografia tridimensionale.

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  • Una delle particolarità delle tue opere è la fisicità. Si possono infatti osservare pneumatici, cassette della frutta, figure apparentemente in polistirolo e addirittura barche senza rendersi conto di essere davanti a delle sculture in marmo. Come nasce questa voglia di giocare con l’occhio del pubblico? 

Il principio della metamorfosi ha spinto l’uomo milioni di anni fa a modificare il sasso, quando questo avviene l’oggetto inanimato inizia a trascendere e provoca l’incanto. Questo escamotage io lo chiamo “esca”, ma è ciò che permette allo spettatore di entrare in uno stato di grazia come quando entra in una chiesa.

 

  • Il tuo lavoro si divide tra Italia e America. Per quanto riguarda il mercato dell’arte e le varie istituzioni artistiche come fiere, gallerie e musei, che differenze noti tra i due paesi?

Nessuna. Oramai il mercato dell’arte è un mercato globale, i collezionisti si spostano, ma forse in America il mercato è meno condizionato dalla critica. L’unica differenza con l’Europa riguarda le fiere, negli Stati Uniti ce ne sono moltissime e incrementano fortemente il mercato dell’arte media che non si sofferma troppo sul nome ma punta alla qualità. 

 

  • Nel 2002 con l’opera Ahgalla hai creato la prima imbarcazione in marmo di Carrara, che, negli anni, ha preso vita in diverse performance tra cui quella del 2005 sui Navigli di Milano. Quanto di questa performance ha avuto una finalità mediatica e che risposta hai riscontrato da parte del pubblico?

Ahgalla è stata la prima opera che mi ha fatto capire che era necessario andare oltre la base sulla quale esporre l’opera. La visibilità mediatica è molto importante per avere un riscontro e per capire se si è sulla giusta strada. 

 

  • La capacità di essere artista si lega strettamente alla contemporaneità in cui vive e tu lo hai dimostrato nell’opera Lucky Ehi! Cosa hai voluto raccontare attraverso la reinterpretazione della Pietà vaticana di Michelangelo? 

Con Lucky Ehi ho voluto trasmettere un messaggio utilizzando un’icona che proviene da un passato molto lontano, ma che ha ancora la forza di comunicare dei valori universali.

 

  • Quali progetti hai in cantiere in questo momento? Ci sono delle tematiche che ti preme affrontare tramite le tue opere?

Mi piace molto l’idea di creare un legame tra la scultura e la contemporaneità. Sto lavorando a due opere in questo momento in studio, la statua di Rocco Siffredi e la testa del David di Michelangelo su cui volto imprimo i tatuaggi di Young Signorino.

 

  • Che consiglio vorresti dare ad un giovane artista che si approccia al mondo dell’arte?

Sicuramente di percorrere una strada più isolata e autonoma rispetto alle canoniche tappe. La ricerca di ogni artista deve prima di tutto essere personale. Un strada che punta avanti senza guardarsi indietro e senza aver paura di osare. Importantissimo oggi è il saper comunicare la propria arte e creare legami solidi. 

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The Bow ©

S.V.

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