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Tell me a story

In un panorama artistico che concentra tutta la su attenzione mediatica verso la scena africana, l’occhio del museo torinese, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, si sposata verso l’Asia per avvicinarci ad una realtà altra, che prende le distanze dalla diffusa immagine ipertecnologica e subaffollata di città come Tokyo e Pechino. 

Fino al 14 ottobre tra gli spazzi bianchi della fondazione è possibile immergersi in una pluralità di narrazioni raccontate attraverso l’arte di 12 artisti nella mostra Tell me a story: Locality and Narrative, curata da Amy Cheng e Hsieh Feng-Rong. Ad accogliere il visitatore è una piccola scultura con le forme di un canguro che introduce l’opera A ship Believing the Sea is the Land (2014), degli artisti coreani Haejun Jo e Kyeong Soo Lee. L’opera mette in relazione più medium differenti mostrandoci attraverso la fisicità della barca la memoria storica che Haejun Jo condivide con il padre. Narrata sia dal cortometraggio (Scenary of Between, 2013), contenuto all’interno della barca, sia dai bozzetti visibili sulla parete e comodamente fruibili dall’osservatore grazie ad un metodo di installazione che vede i fogli inseriti all’interno di un supporto verticale sfogliabile. Proseguendo lungo il corridoio principale ci si imbatte nella serie fotografica di Tomoko Yoneda: The 50th Parallel:Former border between Russia and Japan (2012). Otto fotografie per esprimere l’importanza dell’appartenenza a un luogo. Spazzi estesi, silenziosi e malinconici caratterizzano l’isola di Sakhalin contesa tra Russia e Giappone durante la seconda guerra mondiale, venne annessa alla Russia dopo il 1945 costringendo la popolazione giapponese a emigrare. 

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Particolare attenzione per la sezione dedicata alle opere del collettivo Field Recordings (fondato nel 2016) composto da Guo Zixuan, Li Xiaofei, Tu Rapana Neill, Jim Speers e Clinton Watkins. Il collettivo si concentra sulla realizzazione di video che indagano il paesaggio urbano e la componente sociale della città di Shanghai. Mentre alla staticità del video si alterna il dinamismo di un canestro nell’installazione di Koki Tanaka, l’opera Provisional Studies: Workshop #1, “1945-52 Occupation Era and 1970 Between Man and Matter”, 2014-2015. L’opera rompe lo schema rigido che vuole il pubblico asettico osservatore dell’opera e invita a partecipare a questa attraverso una fruizione che per sua natura non può che essere ludica. 

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Molti altri gli artisti in mostra come Guo Xi con l’opera The Grand Voyage: A Study on Name (2016), Chen Po-I e la sua Hidden History Motim 1-2-3, Macau (2016) e Yu-Hsien con Hua-Shan-Qiang (2013). Un’imperdibile rassegna di nomi che ci permette di scoprire una pluralità di espressioni artistiche unite nella volontà di raccontare l’appartenenza ad un luogo, caratterizzato sia da spazzi geograficamente circoscritti ma ancor più da chi li abita. Oggi l’arte contemporanea condivide un modello d’espressione che si focalizza su medium differenti ma accomunati dalla capacità di comunicare il messaggio in modo chiaro e immediato. È quindi bene rendersi conto del potenziale dell’arte di essere, anche, veicolo che unisce o accorcia le distanze non curante di confini e vincoli culturalmente imposti dall’uomo. 

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The Bow ©

S.V

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