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Tra i colori di Luca Moretto

Oggi vi parliamo di Luca Moretto, un’artista di fama internazionale le cui opere hanno girato il mondo, passando dalla Biennale di Venezia, da Milano, Montecarlo, la Cina e la Russia. La sua avventura con l’arte è iniziata presto entrando nella sua vita come una boccata d’aria fresca. A 23 anni un incidente a cui è seguito un grave caso di malasanità, lo hanno portato all’amputazione della gamba che ancora oggi gli causa forti dolori da arto fantasma. A seguito di questo incidente Luca scopre l’arte vera, sensoriale e ricca di forme. Un veicolo di espressione potente che permette all’artista di esprimere tutta la capacità creativa e l’abilità nel plasmare la materia. Ha smosso la critica la sua Vespa Venice, esemplare pop della storica Vespa, viene selezionata e esposta nel padiglione Italia alla 54°edizione della Biennale di Venezia, curata da Vittorio Sgarbi. Una rivisitazione così originale della storica Vespa da essere scelta per la collezione permanente del Museo Piaggio dal 2012. Un’arte che non tarda ad essere notata e ad entrare nel cuore delle persone. La perfetta sintesi di colori e rilievi permettono al suo pubblico di essere arte toccandola e interagendo con essa. Luca è un artista che non teme la sua epoca; un’epoca che tutto riproduce ma nulla tocca. Infatti solo attraverso la fisicità dell’oggetto si può comprendere la sua vera essenza.

E ora la parola a Luca Moretto

  • Da anni ti sei avvicinato al mondo dell’arte quando è successo e cosa ti ha spinto verso questa direzione? 

Ho iniziato nei primi anni ‘90 realizzando qualche progetto anche un po’ per gioco. Fin da adolescente sentivo l’arte come qualcosa che mi apparteneva. Ho sempre avuto un’ottima manualità ma quello che riconoscevo come un attaccamento all’arte risale ai miei 12 anni, quando studiando a scuola, in educazione artistica davanti all’arte astratta rimanevo affascinato osservandone le forme iniziavo a sentire il desiderio di realizzare qualcosa di mio. Le mie prime opere risalgono al ‘94 ma sempre nell’ambito del diletto personale. Nel ‘99 ebbi l’incidente che cambiò le sorti della mia vita, causando l’amputazione della gamba. Più che l’incidente è la costanza del dolore a crearmi difficoltà. Per ringraziare gli amici che sostennero me e la mia famiglia decisi di realizzare dei vasetti in terracotta dipinti a mano con dei colori vivaci. Chi li ricevette li apprezzò molto e mi sorpresi io stesso a stare meglio nel creare. L’anno dopo ne realizzai altri e nel 2005 feci un corso di pittura per avvicinarmi alla tecnica ad olio per poterla usare nei miei lavori, avevo proprio deciso che avrei iniziato a mettere giù ciò che sentivo dentro, ma volevo farlo con un minimo di preparazione. Solo nel 2006 inizio a sperimentare lavori con il silicone, che non ho più abbandonato.

  • Che differenze noti nelle tue opere attuali rispetto alle primissime del 2006? 

C’è sicuramente stata un’evoluzione. Le prime opere erano tutte dipinte con colori ad olio e acrilici e l’apporto di silicone, successivamente, ho iniziato ad usare sempre più silicone andando a fare una vera e propria ricerca anche di nuovi colori e arrivando ad usarne alcune decine di tonalità. Un po’ alla volta ho iniziato quindi ad usare solo il silicone abbandonando i colori a pennello. Nella fine del 2010 inizio a realizzare le mie “Radici Silicoavventizie” per preparare un’installazione che presenterò al Fuorisalone di Milano in via Tortona nell’aprile 2011 e che mi fa fare un bel salto di qualità entrando nella consapevolezza di quello che sto facendo, perché davanti ad un pubblico internazionale e numerosissimo vedere centinaia di persone al giorno che si fermano ad osservare, toccare, fotografare le mie opere è un segnale di gradimento che prima non avevo visto con i miei occhi, nonostante sapessi che anche all’estero le mie opere erano piaciute ma io non vi fossi andato fisicamente. A partire del 2010 riscontrai anche un forte interessamento da parte di molti professionisti del mondo artistico come galleristi e critici. Gli apprezzamenti erano rivolti all’originalità delle mie opere e a quello che definivano e tutt’oggi definiscono “tratto distintivo”, compiaciuto dall’interesse che le mie opere provocavano e dalla novità di questi fili che mettevano voglia di essere toccati, nel 2013 partecipai all’Affordable Art Fair Milano, negli spazi del Superstudio Più in via Tortona e portai il progetto Sintesi, che mostra appunto la sintesi delle mie “Radici Silicoavventizie” che comprendeva anche la “Sintesi Scultura” e anche lì furono moltissime le soddisfazioni anche per i complimenti che ricevemmo da pubblico e galleristi, soprattutto per la qualità delle opere che avevamo in uno stand condiviso in tre artisti. Posso dire che la mia evoluzione artistica ha sicuramente attraversato diversi stadi artistici, andando oltre la pittura è riuscita ad arrivare ad una materialità palpabile.

  • Quali sono i materiali che usi per comporre le tue opere? 

Sono prevalentemente conosciuto per opere in silicone tranne la Vespa Venice che è dipinta con colori acrilici con un particolare effetto rilievo creato e voluto proprio applicando strati di colore che in ultima sono stati verniciati da uno strato lucido trasparente. Sulle tele ho usato anche carbonio, colori acrilici ad olio e malte. Insomma, ho usato di tutto ma il silicone la faceva sempre da padrone sin dalle prime tele, anche dove avevo a disposizione pochissimi siliconi colorati, prima di iniziarne una ricerca spasmodica e ad oggi posso dire che la mia arte risiede nel campo del tattile e si crea con il silicone.

  • Ogni opera racchiude in sé un’esplosione di colori, quasi fosse un marchio di fabbrica che la contraddistingue. È così? 

Si, l’arte mi ha letteralmente ridato la vita. Quando ho iniziato a creare stavo attraversando un periodo particolarmente brutto della mia vita. L’arte mi ha aiutato a uscire dalla depressione. Nei primi anni in cui iniziavo a farmi conoscere chi vedeva le mie opere conoscendo la mia storia, mi chiedeva da cosa nascesse la lucentezza del colore che caratterizza le mie opere, a loro spiegavo che la mia arte nasce sì da una vicenda dolorosa quale il mio incidente ma che ciò che si vede è quello che ho dentro ovvero una moltitudine infinita di colori. L’arte mi ha permesso di tirar fuori quello che risiede nel mio animo, una gioia che neanche il dolore può tacere; ed è proprio questa gioia che mi regala la vera soddisfazione come artista. Negli anni ho potuto osservare come partendo dai bambini e arrivando ai più anziani, di qualsiasi livello culturale o nazionalità, la mia arte riesca a colpire, a parlare da sola. I sentimenti che la tattilità e i colori fanno emergere sui volti di chi la fruisce è gioia pura. Posso definirmi con orgoglio un artista molto fortunato, non credo sia facile riuscire a trasmettere così bene un sentimento profondo, ma allo stesso tempo penso sia il vero compito dell’arte.

  • Nonostante tu possa essere considerato un artista giovane nel panorama artistico odierno, la tua arte ha dimostrato valore fin da subito venendo selezionato nel 2011 per esporre alla 54° Biennale di Venezia. Credi che quella occasione sia stata un trampolino di lancio per la tua carriera artistica? 

La mia fortuna è stata avere una crescita artistica abbastanza rapida, data anche dalla fortuna di avere un grosso seguito. Nel 2010 in una chiacchierata chiesi ad una promotrice d’arte conosciuta nel veneziano che cosa vedesse in me, nelle mie opere vedendo che era interessata ad investire su di me, lei mi rispose che avevo il tratto distintivo che fa la differenza. Mi disse che se fosse entrata in una stanza piena di opere e li dentro ci fosse stata una mia opera qualsiasi lei sarebbe riuscita a distinguerla anche senza leggerne la firma, così a colpo d’occhio. In seguito, anche colei che divenne per qualche anno la mia curatrice, una brava e professionale curatrice di Torino (con cui spero presto di riprendere il lavoro che avevamo iniziato), insieme ad un gallerista mi consigliarono proprio di non apporre più la firma davanti alle mie opere perché non ne avevo più bisogno. Infatti dal 2014 le mie opere non hanno più la firma sul fronte ma solo nel retro. La forma caratteristica, i colori e il materiale usato nelle opere e quel po’ di popolarità che mi ha di certo aiutato a farmi conoscere un po’ alla volta anche nel mondo delle gallerie di un certo livello, mi hanno permesso di collocare in secondo piano la firma che risultava essere superflua. Per quanto riguarda la Biennale per me è stata relativamente un lancio. Non fu quella a farmi emergere, ciò che veramente mi ha portato a emergere è stata la mia caparbietà e la mia capacità di investire sulla comunicazione puntando su un catalogo fatto a regola d’arte nel 2010, un sito professionale e fruibile da ogni parte del mondo ma anche “comprensibile a livello comunicativo” in ogni parte del mondo, una serie di eventi ad un certo livello come le varie edizioni del Fuorisalone di Milano, le collaborazioni con Saratoga, Birra 32, Staygreen Venezia e Mungo Italia nonchè il Museo Piaggio, che è stato molto importante anche per gli eventi di Mantova, San Pietroburgo e Venezia, a cui la Vespa Venice ha partecipato per volere del CDA della Fondazione Piaggio. La Biennale mi è stata certamente utile, è stata quel colpo in più per arrivare al Museo Piaggio nel 2012. Ad oggi mi risulta che Vespa Venice sia l’unica Vespa d’arte esposta al Museo ad aver partecipato ad una Biennale di Venezia. Importantissima anche quest’ultima partecipazione al Forte Marghera per la mostra sulla motocicletta organizzata da Biennale Architettura 2018 e dalla Fondazione Musei Civici di Venezia, perché Vespa Venice, stavola per volere del curatore della mostra Marco Riccardi, rientra ancora una volta in un progetto anche della Biennale di Venezia.

  • Molte delle tue opere sono veri propri oggetti di Design. Cosa ti avvicina a questo settore? 

Le mie forme le sento dentro, mi appartengono. Ormai nonostante io non ci avessi pensato, ogni volta che mi trovo a parlare con esperti e mostro i miei progetti mi viene attribuita anche l’attitudine di designer e non solo di artista
Ad esempio nella “Sintesi Scultura” partendo dalla struttura, dalla forma al colore, lo scopo principale è avvicinare il pubblico e permettere che possa mettere le mani sulla cascata di fili, le famose “Radici Silicoavventizie” già citate ad inizio intervista. Tutta quella scultura è nata per mettere in primo piano le “Radici”. Le mie opere semplicemente nascono nella mia mente e poi le trasformo nella materia fruibile a chiunque. È una cosa talmente tanto intima che non la controlli, la crei. Un altro esempio di “design e arte” sono le due opere “Porcospino” e “Biancospino”, dove stavolta ho sfidato anche la materia gommosa con delle radici che invece che cadere in giù vanno in su… E per fare queste cose occorre avere anche una conoscenza dei materiale, questo è certo.

  • Con la tua arte hai girato molte città italiane, dove hai riscontrato maggiori soddisfazioni in campo artistico? 

Sicuramente la città che mi ha dato maggiori soddisfazioni è Milano. Nel periodo del Salone del Mobile e del Fuorisalone ho partecipato a molti eventi di cui 2 molto importanti. Lì ho trovato il mondo. Le persone si fermano, guardano, scattano e soprattutto toccano le mie opere. Insomma una vera e propria città d’arte che sento come mia, sicuramente per quella che è la mia arte.

  • La tua arte è palpabile, quasi ludica, con i suoi colori e la morbidezza dei suoi materiali. Perché hai scelto di renderla fisicamente fruibile e dove hai riscontrato maggiori soddisfazioni in campo artistico? 

Sì come hai detto tu è proprio arte palpabile. L’ho resa fruibile perché il silicone è un materiale infinito. Mi spiego, il silicone è un materiale che resiste alle intemperie di ogni tupo, dal caldo al freddo, infatti da 40’anni è adoperato soprattutto per le sigillature esterne degli infissi. Per questo motivo la sua usura è pressoché nulla, come materiale non teme certamente l’usura in quanto sono opere che verranno custodite nell’interno delle abitazioni e, in un futuro che spero, dei musei. Le mie opere nascono allo scopo di essere toccate, sentite, prima con il senso della vista e poi con quello del tatto… Non è la prima volta che alcuni hanno il forte desiderio di morderle ed io ho provato a farlo ed è una figata!! Credo che l’arte debba essere vissuta e se non la tocchi non la vivi. Vedere dal vivo le opere che realizzo va oltre qualsiasi foto o immagine illustrativa. Personalmente cerco di lavorare molto anche tramite la fotografia con l’aiuto di professionisti, avendo un sito visitato da ogni parte del mondo e dovendo cercare di far capire al meglio possibile cosa faccio per permettere soprattutto in quest’epoca di immagini, di avvicinare il maggior numero possibile di persone alla mia arte. Ma le sensazioni che provoca l’opera fisica e tangibile non sono paragonabili a quelle viste tramite fotografia. Nelle opere del progetto “Sintesi”, ad esempio, viene voglia di affondare le mani nella materia ed è proprio quello che voglio e invito a fare al pubblico spesso un po’ titubante, ma la loro espressione che ne segue mi ripaga di ogni sforzo fatto negli anni.

  • Fino a Ottobre esporrai al Museo Civico Forte Marghera, cosa troviamo in mostra? 

Esatto. Fino al 28 ottobre al Forte Marghera, affianco al padiglione della Biennale Architettura negli spazi gestiti dalla Fondazione Musei Civici di Venezia, all’interno della mostra “Motocicletta, l’architettura della velocità”si può trovare anche la Vespa Venice (2010). L’opera, richiesta appositamente per l’esposizione al Museo Piaggio dal curatore della mostra Marco Riccardi, è un modello di Vespa 50 N dipinto con tecnica acrilica “effetto rilievo”. Per me è stata una grandissima soddisfazione vedere come quest’opera abbia riscontrato così tanto successo. Marco Riccardi ha chiesto di avere la Vespa Venice sia per la sua vicinanza alla città, come ne denota il nome, sia per accompagnare in un modo innovativo e originale la Vespa d’epoca. Un tributo alla Citta di Venezia con un opera su due ruote creata da un veneziano.

  • L’arte è un elemento fluido e sempre in divenire, tu come artista dove ti vedi nel futuro? C’è qualche progetto che vorresti realizzare? 

Lo so, sogno in grande, ma il mio futuro lo vedo al Moma di New York. Precisamente esponendo la Vespa Venice 946. Inoltre mi piacerebbe realizzare la 500 Venice, una Fiat 500 d’epoca e per completare il progetto affiancarla alla Fiat 500 attuale. Il progetto Venice proporrebbe la realizzazione in pittura sempre a “effetto rilievo”, della Vespa d’epoca che ho già realizzato, poi interverrei su una attuale e già prodotta in serie limitata Vespa 946, che andrebbero ad affiancarsi alla 500 d’epoca e alla 500 attuale. In quest’ultimo periodo sto avendo diversi contatti con alcuni musei e spero che possano avanzare qualche proposta sia per avere la Vespa Venice che qualche mia opera su tela o altro che potremmo creare appositamente. Nonostante le continue fatiche che investono il lavoro dell’artista le soddisfazioni arrivano con il tempo, l’importante è non mollare mai.

 

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The Bow ©

S.V

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