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YA BASTA HIJOS DE PUTA, Teresa Margolles

ATTENZIONE!!

Ha tutta la mia attenzione la mostra Ya Basta Hijos de Puta. Attenzione a quello che si vede, a quello che si sente, ma in particolar modo a quello che si respira. Se infatti, entrando vi potrà sembrare di percepire una certa foschia aspettate di arrivare nel lungo corridoio del soppalco per trovarvi in una nebbia fitta che vi avvolgerà completamente. Ma andiamo con ordine perché la mostra della Margolles al PAC (Padiglione d’arte contemporanea), curata da Diego Sileo, è un percorso intenso che accompagna il visitatore verso una consapevolezza reale.

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Teresa Margolles (Culiacàn, 1963) nella sua arte tratta temi importanti e spesso taciuti come il narcotraffico messicano, il traffico di esseri umani, le morti dei migranti, le violenze sulle donne. L’artista cerca di arrivare al pubblico globale tramite oggetti, video e foto che permettano una connessione diretta con i luoghi e le persone raccontate. Nello specifico l’artista, nella mostra Ya Basta Hijos de Puta, si concentra sul degrado sociale per cui è nota Ciudad Juàrez.

Teresa-Margolles_PAC-Milano_29A9037__photo-Nico-Covre-VulcanoPer i frequentatori del PAC, che conoscono bene le vetrate luminose dello spazio e la porta a vetri dell’ingresso, se vi interrogherete sulla sua effettiva apertura pur essendo nell’orario di visita, non vi preoccupate il museo è aperto, SPINGETE LA PORTA. La curatela della mostra è stata pensata in modo che tutte le vetrate fossero opacizzate per permettere allo spettatore una maggiore concentrazione e immersione nell’esperienza della mostra. A sottolineare questa richiesta immersiva ci pensa una tenda fatta di perline rosse che separa la biglietteria dalla prima sala. L’esposizione apre con una carrellata di foto, ognuna ritrae una prostituta transessuale in piedi, dritte e fiere sulle rovine di quelle architetture che erano i loro luoghi di lavoro e che oggi non ci sono più. Per terra a incorniciare l’azzurro acceso del cielo in foto, un pavimento rosso porpora. Un colore che la Margolles riprede nella stanza dedicata a Karla (Hilaro Reyes Gallegos, 2016) dove troviamo un ritratto fotografico, un masso in cemento, una testimonianza audio e un certificato di morte. L’hanno uccisa Karla, prostituta transessuale, come hanno ucciso le ragazze scomparse a Ciudad Juàrez (appunto soprannominata città delle donne morte). Sono visibili, ora, solo nell’opera La Busqueda (La ricerca, 2014). Ancora stanno cercando quei corpi le madri e quel dolore arriva a noi attraverso la vibrazione dei pannelli e dei vetri sporchi su cui sono appesi i fogli con i volti delle ragazze scomparse. Una denuncia al Messico, al suo silenzio, alla paura delle donne, agli omicidi legati al narcotraffico testimoniati nell’opera Joyas (Gioielli, 2007). Ma anche una denuncia al resto del mondo che si nutre del dolore costruendo barriere, come quella al confine tra Stati Uniti e Messico colpevole di molte morti, testimoniate nell’opera La Gran América (La grande America, 2017), composta da quadrati di fango estratto dal fondo del Rio Grande dove molti Messicani muoiono cercando di arrivare negli Stati Uniti.

Teresa-Margolles_PAC-Milano_29A8845__photo-Nico-Covre-VulcanoTutte le opere della Margolles sono vive e autentiche a testimonianza del dolore provocato da un’umanità spesso anestetizzata davanti ai corpi vivi e ancor più davanti ai corpi morti. Proprio questa vicinanza con i copri morti ha interessato tutto il lavoro della Margolles tanto da immergere completamente il PAC nella sua essenza, la morte. È proprio Vaporizaciòn (Vaporizzazione, 2001-2018) l’ultima sala in mostra collocata nel soppalco dello spazio museale. L’artista dichiara: “Tra la sala dell’autopsia e la sala d’aspetto c’è solo una parete che le separa. E separa la tragedia sociale e il dolore privato. Quella parete è la dimensione d’arte, che per me significa provare a poetizzare l’impossibile”.  All’opera si anticipa un cartello che informa il visitatore del contenuto del vapore all’interno della sala, ovvero acqua vaporizzata e disinfettata in cui sono stati immersi i lenzuoli usati per avvolgere i corpi morti per violenza in Italia. Ma il vapore non è contenibile e il visitatore non sarà mai pronto ad accettare ciò che lo ha avvolto durante tutta la visita. Per questo motivo lo stato emotivo del pubblico è la chiave su cui la Margolles crea la sua arte. Un’arte che non potrebbe esistere senza scuotere e generare un percorso esperienziale dal quale non si può tornare indietro. È quindi bene fare vera ATTENZIONE al PAC che nel narrare di tanti corpi morti non è mai stato così vivo.

 

Per info: http://www.pacmilano.it/

Orari:

Mercoledì, venerdì, sabato e domenica 9.30- 19.30

Martedì e giovedì 9.30 – 22.30

Chiuso lunedì

Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura

Biglietti:

Intero € 8,00

Ridotto € 6,50

English version:

CAUTION!!

The exhibition Ya Basta Hijos de Puta has my full attention. Pay attention to what you see, to what you feel, but especially to what you breathe. If, on entering, you may seem to perceive a certain haze, wait until you reach the long corridor of the mezzanine to find yourself in a thick fog that will completely envelop you. But let’s go in order because the exhibition of the Margolles at the PAC (Contemporary Art Pavilion), curated by Diego Sileo, is an intense path that accompanies the visitor towards a real awareness.

Teresa Margolles (Culiacàn, 1963) in her art deals with hard and often unspoken themes such as the Mexican drug trafficking, the trafficking of human beings, the deaths of migrants, the violence against women. The artist tries to reach the global public through objects, videos and photos that allow a direct connection with the places and people told. Specifically, the artist, in the exhibition Ya Basta Hijos de Puta, focuses on the social degradation for which Ciudad Juárez is known.

For those who frequent the PAC, who know well the bright windows of the space and the glass door of the entrance, if you question about its actual opening despite being in the visiting hours, do not worry the museum is open, PUSH THE DOOR. The curatorship of the exhibition was designed so that all the windows were opaque to allow the spectator greater concentration and immersion in the experience of the exhibition. To underline this immersive request we think of a curtain made of red beads that separates the ticket office from the first room. The exhibition opens with a series of photos, each portraying a transsexual prostitute standing, straight and proud on the ruins of those architectures that were their workplaces and that today are no longer there. On the floor framing the bright blue of the sky in a photo, a purple-red floor. A color that Margolles recalls in the room dedicated to Karla (Hilaro Reyes Gallegos, 2016) where we find a photographic portrait, a concrete boulder, an audio testimony and a death certificate. Karla, a transsexual prostitute, killed her like they killed the missing girls in Ciudad Juárez (nicknamed the city of dead women). They are now visible only in the work La Busqueda (La ricerca, 2014). Still the mothers are looking for those bodies and that pain comes to us through the vibration of the dirty panels and glasses on which the sheets are hung with the faces of the missing girls. A denunciation to Mexico, to its silence, to the fear of women, to the murders related to drug trafficking witnessed in the work Joyas (Jewels, 2007). But also a complaint to the rest of the world that feeds on pain building barriers, such as the one on the border between the United States and Mexico guilty of many deaths, witnessed in the work La Gran América (The Great America, 2017), composed of mud squares extracted from the bottom of the Rio Grande where many Mexicans die trying to get there in the United States. All Margolles’ works are alive and authentic as evidence of the pain caused by a humanity often anesthetized in front of the living bodies and even more before the dead bodies. Precisely this closeness with the dead bodies has affected all the work of Margolles so much to completely immerse the PAC in its essence, death. Vaporizaciòn (Vaporizzazione, 2001-2018) is the last exhibition hall located in the gallery space of the museum. The artist states: “Between the autopsy room and the waiting room there is only one wall that separates them. And it separates social tragedy and private pain. That wall is the dimension of art, which for me means trying to poetize the impossible”. The work anticipates a sign that informs the visitor of the contents of the steam inside the room, ie steamed and disinfected water in which the sheets used to wrap the dead bodies for violence in Italy have been immersed. But the steam is not contained and the visitor will never be ready to accept what has enveloped him throughout the visit. For this reason the emotional state of the public is the key on which Margolles creates his art. An art that could not exist without shaking and generating an experiential path from which one can not go back. It is therefore good to make real CAUTION to the PAC that in the narration of many dead bodies has never been so alive.

For info: http://www.pacmilano.it/

Timetables:

Wednesday, Friday, Saturday and Sunday 9.30- 7.30

Tuesday and Thursday 9.30 – 22.30

Closed Monday

Last admission one hour before closing

Tickets:

Full € 8.00

Reduced € 6.50

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