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Frida a colori

Se si vuol fare una mostra e assicurarsi che abbia successo bastano tre nomi: Frida Kahlo, MUDEC e Diego Sileo. Un connubio neanche troppo sorprendente visto che il curatore, teorico e storico dell’arte Diego Sileo, è oggi, a Milano, una delle figure più accreditate a occuparsi di arte contemporanea latinoamericana, tanto che la direzione del PAC lo ha scelto come curatore del Padiglione che a Marzo inaugurerà la mostra di un’altra artista fondamentale per l’arte messicana: Teresa Margolles. Insomma non di certo alle prime armi, Sileo è riuscito a portare al MUDEC una popolarità non ancora raggiunta nonostante i tre anni trascorsi dalla sua inaugurazione. Innegabile il fascino contemporaneo dell’architettura di David Chipperfield. Ad accogliere l’occhio del visitatore è l’ingresso ampio e sinuoso fatto di geometrie fluide e spazi luminosi. Bisogna salire lo scalone in pietra nera per arrivare al cuore dell’architettura; l’altissima e ondulata piazza da cui si accede alle sale espositive.

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La mostra di Frida apre in nero. Una prima sala totalmente buia con un pannello su cui scorre la biografia che forma il volto dell’artista. Non male per la signora dei colori. Sì, perché Frida Kahlo, nonostante una vita scossa da numerosi dolori, come l’incidente che la vide paralizzata a letto all’età di diciotto anni, tre aborti, e il faticoso matrimonio con l’artista Diego Rivera, non indossò mai nulla che la privasse della sua caratteristica spinta alla vita. Sono proprio i colori che le fanno da sfondo nella vita come nell’arte, e tramite quei colori la mostra ripercorre i tratti salenti della sua esistenza. Un percorso che finalmente abbraccia un punto di vista differente, non più attraverso una progressione temporale, ma con una suddivisione in tematiche (Donna, Terra, Politica, Dolore) a cui il curatore abbina un colore (verde, arancio, rosso, azzurro).

 

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“Autoritratto con scimmia” (1938)

Verde speranza si dice, e forse proprio a questo è dovuto il colore della vasta sala che segue la catartica introduzione. Al centro di tutto è lei, Frida, in un pannello che sostiene l’opera “l’Autoritratto con scimmia” (1938), appositamente richiesta al Museo di Buffalo per essere il protagonista di questa sala e simbolo della mostra. Oltre duecento sono le opere in mostra, tra cui dipinti, foto e alcuni documenti inediti ritrovati nel 2007 a Casa Azul (Città del Messico) nelle stanze da bagno a cui Diego Rivera aveva negato l’accesso. Sono inoltre esposte tutte le opere provenienti dal Museo Dolores Olmedo di Città del Messico e dalla Jacques and Natasha Gelman Collection.

 

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“Autoritratto con scimmie” (1943)

Il colore della terra caratterizza la seconda sala. Una terrà viva, luminosa, messicana si lega ai colori dei dipinti come fossero un impasto fluido, riuscendo a esprimere il profondo legame di Frida con la sua terra. Una terra che si fa madre nell’opera centrale della sala “L’amoroso abbraccio dell’universo, la terra (Messico), io, Diego e il signor Xólot” (1949), ricordandoci il profondo desiderio materno negatole dall’incidente giovanile.

 

 

 

Tra una sala e l’altra si alternano spazi grigi dove è possibile osservare foto, documenti e video; come il breve filmato che riproduce attimi d’amore tra Frida e Diego sulle note della canzone “Diego e Io”, cantata da Brunori Sas e scritta a quattro mani con Antonio Dimartino. (https://www.youtube.com/watch?v=wl1dMwAPOxA)

Non poteva mancare il rosso a delineare la penultima sala in mostra. Il rosso della morte e della vita. Il rosso dell’amore per Diego Rivera, centrale nell’opera “Autoritratto come Tehuana” (1943); ma anche dei suoi ideali politici, sempre vissuti con determinazione e riportati in diverse opere fra cui “Autoritratto al confine tra Messico e Stati Uniti” (1937), dove Frida si ritrae su un confine fisico e spirituale tra due mondi, quello messicano e quello americano.

 

Il curatore non ci addolcisce la pillola sul finale, nell’ultima sala. È meglio non rilassarsi all’azzurrò dei pannelli se non si vuole rischiare la sorpresa davanti all’opera “Il suicidio di Dorothy Hale” (1939). Un quadro che nonostante la sua tragicità è un vero atto teatrale, in cui solo l’abilità di Frida riesce a rendere all’attrice americana un’eterna gloria. A salutarci in questo percorso fatto di colori è una frase: “Spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più”; emblematica della vita dell’artista ma anche del percorso in mostra. Un ottimo intreccio di due componenti essenziali, la vivacità dei colori e la crudezza delle immagini, accompagnano per mano il visitatore.

Fino alla fine. Perché è così che si fa.

Per info e prenotazioni: http://www.mudec.it/ita/

ULTIMO INGRESSO UN’ORA PRIMA BIGLIETTI
lunedì 14.30 – 19.30 Intero € 13,00
martedì – mercoledì 09.30 – 19.30 Ridotto € 11,00
giovedì – venerdì 09.30 – 22.30 Martedì universitari € 7,00
sabato 09.00 – 22.30 Biglietto open € 16,00 (lun-ven)
domenica 9.00 – 22.30

The Bow ©

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If you want to do an exhibition and make sure that it succeeds three names are enough: Frida Kahlo, MUDEC and Diego Sileo. A combination that is not too surprising considering that the curator, theoretician and art historian Diego Sileo, is today, in Milan, one of the most accredited figures to deal with contemporary Latin American art. So much so that the management of the PAC chose him as curator of the Pavilion that in March will inaugurate the exhibition of another artist fundamental to Mexican art: Teresa Margolles. In short, certainly not a beginner, Sileo has managed to bring to MUDEC a popularity not yet achieved despite the three years since its inauguration. The contemporary charm of David Chipperfield’s architecture is undeniable. To welcome the visitor’s eye is a wide and sinuous entrance made of fluid geometries and bright spaces. You have to climb the black stone staircase to get to the heart of architecture; the very high and undulating square which leads to the exhibition halls.

Frida’s exhibition opens in black. A first totally dark room on which panel runs the biography that forms the artist’s face. Not bad for the lady of colors. Yes, because Frida Kahlo, despite a life shaken by numerous pains, like the incident that saw her paralyzed in bed at the age of eighteen, three abortions, and the difficult marriage with the artist Diego Rivera, never wore anything that he deprived her of his characteristic drive to life. It is precisely the colors that are the background in life as in art, and through those colors the exhibition traces its life. A path that finally embraces a different point of view. No longer through a temporal progression, but with a subdivision into themes (Woman, Earth, Politics, Pain) to which the curator combines a color (green, orange, red, blue).

Green hope is said, and perhaps this is precisely due to the color of the vast hall that follows the cathartic introduction. At the center of it all is her, Frida, in a panel that supports the opera “Self-portrait with monkey” (1938), specially requested at the Buffalo Museum to be the protagonist of this room and symbol of the exhibition. Over two hundred are the works on show, including paintings, photos and some unpublished documents found in 2007 in Casa Azul (Mexico City) in the bathrooms to which Diego Rivera had denied access. Also exhibited are all the works from the Museo Dolores Olmedo in Mexico City and the Jacques and Natasha Gelman Collection.

The color of the earth characterizes the second room. A will keep alive, bright, Mexican. It is linked to the colors of the paintings as if they were a fluid mixture, managing to express the deep bond between Frida and his land. A land that becomes a mother in the central work of the room “The loving embrace of the universe, the earth (Mexico), me, Diego and Mr. Xólot” (1949), reminding us of the profound maternal desire negated by the accident that involved as a girl.

Between one room and another alternate gray spaces where you can see photos, documents and videos; like the short film that reproduces moments of love between Frida and Diego on the notes of the song “Diego and Io”, sung by Brunori Sas and written with Antonio Dimartino. (https://www.youtube.com/watch?v=rSf1OcQ2e-8)

It could not miss the red to outline the penultimate hall on display. The red of death and life. The red of love for Diego Rivera, central in the work “Self-portrait as Tehuana” (1943); but also his political ideals, always lived with determination and reported in several works including “Self-portrait on the border between Mexico and the United States” (1937), where Frida portrays a physical and spiritual border between two worlds, the Mexican one and the American.

The curator does not sweeten the pill in the last room. It is better not to relax in the blue of the panels if you do not want to risk the surprise in front of the opera “The suicide of Dorothy Hale” (1939). A painting that despite its tragedy is a true theatrical act, in which only Frida’s ability manages to make the American actress an eternal glory. To greet us in this path made of colors is a phrase: “I hope the output is joyful and I hope I never come back”; emblematic of the artist’s life but also of the exhibition itinerary. An excellent intertwining of two essential components, the liveliness of the colors and the crudeness of the images, accompany the visitor by the hand.

Until the end. Because that’s how it’s done.

For info and reservations: http://www.mudec.it/ita/

LAST ENTRANCE ONE HOUR FIRST TICKETS
Monday 2.30pm – 7.30pm Full price € 13.00
Tuesday – Wednesday 09.30 – 19.30 Reduced € 11.00
Thursday – Friday 09.30 – 10.30 pm University tuesdays € 7.00
Saturday 09.00 – 22.30 Open ticket € 16.00 (Mon-Fri)
Sunday 9.00am – 10.30pm

The Bow ©

S.V

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